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2 (1760) (1760)
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LIBRO UNDECIMO.Di cacciarmi d'Italia, il suo dovereFora stato, che meco, e con quest'armiDiffinita l'avesse. E saria vissoCui la ſua propria deſtra, e Dio conceſſoPiu vita avesse. E i vostri cittadiniNon sarian morti. Or poiche morti sono,Io me ne dolgo, e voi gli sepellite.Restaro al dir d'Enea stupidi, e chetiI latini oratori, e l'un con l'altroSi guardarono in volto. Indi il piu vecchioDrance nomato, a cui Turno fu semprePer ſua natura, e per ſua colpa in ira,Rotto il silenzio, in tal guisa rispose:O di fama, e piu d'arme, eccelso, e grandeTrojano eroe, qual mai fia nostra lode,Che'l tuo gran merto agguagli? E di che primaTi loderemo? Ch'io non veggio qualeIn te maggior si mostri, o la giustizia,O la gloria de l'armi. A questa tantaGrazia, che tu ne fai, grati saremo:Rapporto ne faremo. E s'al consiglioNostro è fortuna amica, amico ancoraTi fia Latino. E cerchisi d'altrondeTurno altra lega. A noi co' ſaſſi in collo

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