218 DELL'ENEIDEGli piangevano intorno. E non fu primaEnea comparſo; che le ſtrida, e i piantiSi rinovaro. Il batter de le mani,Il suon de' petti, e de l'albergo i mugghjN'andar fino a le stelle. Ei, poiche videIl suo corpo disteso, e'l bianco volto,E l'aperta ferita, che nel pettoDi man di Turno avea larga, e profonda,Lagrimando proruppe: o miserandoFanciullo; e che mi val s'amica, e destraMi si mostra fortuna? E che m'ha datoSe te m'ha tolto? Or che vincendo ho fatto?Che regnando farò; se tu non godiDe la vittoria mia, ne del mio regno?Ah non fec'io queste promesse alloraAl buon'Evandro, ch'a l'acquisto venniDi questo impero. E ben temette il saggio;E ben ne ricordò, che duro intoppo,E d'aspra gente avremmo. E forse ancoraIl meſchino or fa voti, e preci, e doniPer la nostra salute, e vanamenteVittoria s'impromette. E noi con vanaPompa gli riportiam questo infeliceGiovine di gia morto, e di gia nulla
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