LIBRO UNDECIMO.Che quando da gli auguri ne s'accenneDi muover campo, e che mestier ne siaD'inalberar l'insegne; indugio alcunoNon c'impedisca, o'l dubio, o la pauraNon ci ritardi. In questo mezzo a' mortiDiam sepoltura, e quel che lor dovutoE sol dopo la morte eterno onore.Itene adunque, e quell'anime chiare,Che n an col proprio ſangue, e con la vitaQuesta patria acquistata, e questo impero,D'ultimi doni ornate. E primamenteAl mesto Evandro il figlio si ramandi,Che di virtù maturo, e d'anni acerbo,Così n'ha morte indegnamente estinto.Ciò detto; lagrimando il paſſo volſeVer la magione, ù di Pallante il corpoDal vecchiarello Acete era guardato.Era costui gia del parrasio EvandroDonzello d'armi. E poscia per compagnoFu (ma non gia con sì lieta fortuna)Dato al suo caro alunno. Avea con luiD'arcadi suoi vassalli, e di trojaniUna gran turba. Scapigliate, e mesteLe donne d'Ilio, siccom'era usanza,
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