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2 (1760) (1760)
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216
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216 DELL'ENEIDETronca de' rami una gran quercia eresse.De l'armi la rinvolse, e de le spoglieL'adornò di Mezenzio, e per trofeoA te gran Marte dedicolla. In cimaL'elmo vi pose, e n su l'elmo il cimieroAncor di polve, e d'atro ſangue aſperſo.L'aste d'intorno attraversate, e rotteStavan quai secchi rami, e'l tronco in mezzoSostenea la corazza, che smagliata,E da dodici colpi era trafitta.Dal manco lato gli pendea lo scudo.Al destr'omero il brando era attaccato,Che'l fodro avea d'avorio, e l'elze d'oro.Indi i suoi duci, e le sue genti accolte,Che liete gli gridar vittoria intorno;In cotal guisa a confortar si diede:Compagni il piu s'è fatto. A quel che restaNulla temete. Ecco Mezenzio è mortoPer le mie mani. E queste che vedete,L'opìme spoglie, e le primizie sonoDel superbo tiranno. Ora a le muraCe n'andrem di Latino. Ognuno a l'armiS' accinga: ognun s'affidi, e si promettaGuerra, e vittoria. In punto vi mettete