212 DELL'ENEIDEAddur ſi fece; e poiche addoloratoSe'l vide avanti; in tal guisa gli disse:Rebo, noi siam fin qui vissuti assai,Se pur assai di vita ha mortal cosa.Oggi è quel dì, che o vincitori il capoRiporterem d'Enea, con quelle spoglie,Che son de l'armi del mio figlio infette:E che tu del mio duolo, e de la morteDi lui vendicator meco sarai;O che meco (se vano è'l poter nostro)Finirai parimente 1 giorni tuoi:Chè la tua fè (cred'io) la tua fortezzaSdegnoso ti farà d'esser soggettoA miei nemici, e di servire altrui.Così dicendo, il consueto dorsoPer se medesmo il buon Rebo gli offerse:Ed ei l'elmo ripreso, il cui cimieroEra pur di cavallo un irta coda;Suvi, come potè, commodamenteVi s'adagiò; poſcia d'acuti ſtraliAmbe carche le mani, infra le ſchiereLanciossi. Amor, vergogna, insania, e lutto,E dolore, e furore, e conscienzaDel suo stesso valore accolti in uno
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