LIBRO DECIMO.Gli arsero il core, e gli avvamparo il volto.Qui tre volte a gran voce Enea sfidandoChiamò. Che tosto udillo, e baldanzoso,Così piaccia al gran padre, gli rispose,Così t' inspiri Apollo. Or vien pur viaSoggiunse. E ratto incontro gli si mosse.Ed egli: ah dispietato! A che minacciGia che morto è'l mio figlio. In ciò poteviDarmi tu morte. Or ne la morte io temo,Ne gli tuoi Dei. Non piu spaventi. Io vengoDi morir desioso. E questi doniTi porto in prima, e'l primo dardo trasse,Poi l'altro, e l'altro appresso. E via traendoGli diſcorrea d'intorno. A i colpi tuttiResse il dorato scudo. E gia tre volteL'un girato il cavallo, e l'altro il boscoAvea de' dardi nel suo scudo infissi;Quando il figlio d'Anchise, impazienteDi tanto indugio, e di sferrar tant'aste;Visto'l suo disvantaggio, a molte coseAndò pensando. Al fin di guardia uscito,Adosso si gli spinse; e trasse il telo,Sì; che del corridore il teschio infisseIn mezzo de la fronte. InalberossiO iij
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