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2 (1760) (1760)
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LIBRO DECIMO.Ah mio figlio (dicendo) ah come tantoFui di vivere ingordo, che soffrissiTe di me nato, andar per me di morteA gran rischio; a tal nemica destraSuccedendo in mia vece? Adunque io salvoSon per le tue ferite? Adunque io vivoPer la tua morte? O miserabil vita,O sconsolato essiglio. Or questo è'l colpo,Ch'al cor m'è giunto. Ed io mio figlio, io sonoCh'ho macchiato il tuo nome, ch'ho sommersoLa tua fortuna, e'l mio stato feliceCo' demeriti miei. Dal mio furoreSon dal seggio deposto. Io son che debboOgni grave supplizio, ed ogni morteA la mia patria, al grand' odio de' miei:E pur son vivo, e gli uomini non fuggo,E non fuggo la luce? Ah fuggirollaPur una volta. E così detto; alzossiSu la ferita coſcia. E benche tardoPer la piaga ne fosse, e per l'angoscia,Non per questo avvilito; un suo cavalloCh'era quanto diletto, e quanta ſpemeAvea ne l'armi, e quel ch'in ogni guerraSalvo mai sempre, e vincitor lo rese,O ij

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