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2 (1760) (1760)
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LIBRO DECIMO.Non s'arriſchiando le nimiche ſquadrestringere i ferri; le minaccie, e l'armiGli avventavan da lunge: ed ei fremendoStava intrepido, e saldo: e con lo scudoSbattea de l'aste il tempestoso nembo.Di Corito venuto a questa guerraEra un greco bandito Acron chiamato,Novello sposo, che non giunto ancoraCon la ſua donna; a le ſue nozze il folleAvea l'armi anteposte. E'n quella mischiaD'ostro, e d'or riguardevole, e di penne,Sponsali arnesi, e doni, ovunque andavaPer le ſchiere facea ſtrage, e baruffa.Mezenzio il vide: e qual digiuno, e fieroLeon da fame stimolato, errandoSi sta talor sotto la mandra, e rugge:Se poi fugace damma, o di ramoseCorna gli si discuopre un cervo avanti;S'allegra, apre le canne, arruffa il dorso,Si scaglia, ancide, e sbrana; e'l ceffo, e l'ugneD'atro sangue s'intride: in tal sembiantePer mezzo de lo stuol Mezenzio alteroS'avventa. Acron per terra al primo incontroNe va rovescio. E l'armi, e'l petto infrantoSangue versando, e calcitrando spira.

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