LIBRO DECIMO.Piu lungamente: ma virtute è quella,Che gli fa tali. E non per queſto alcunoE che non muoja. E quanti ne moriroSotto il grand'Ilio, ch'eran nati in terraDi voi celesti? E Sarpedonte è mortoCh'era mio figlio. E Turno anco morrà,E gia de la ſua vita è giunto al fine.Così disse. E da' rutoli confiniTorse la vista. Allor Pallante trasseCon gran forza il ſuo dardo, e'l brando ſtrinſeIncontro a Turno. Investì 'l dardo a puntoLà ve'l braccial su l'omero s'affibbia,E tra'l ſuo groppo, e l'orlo de lo ſcudoCome striſciando, di sì vaſto corpoLievemente afferrò la pelle a pena.Turno, poichè 'l nodoso, e ben ferratoSuo frassino brandito, e bilanciatoEbbe piu volte; or pruova tu (gli disse)Se'l mio va dritto, e se colpisce, e foraPiu del tuo ferro, e trasse. Andò ronzandoPer l'aura, e con la punta a punto in mezzoSi piantò de lo scudo. E tante piastreDi metallo, d'acciajo, e tante cuojaOnd'era cinto, e la corazza, e'l petto
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