LIBRO DECIMO.Lo si tramandi. Io lo terrò da l'armiRemoto ne' miei lochi, o d'Amatunta,O d'Idalio, o di Pafo, o di Citera,A menar vita ignobile, e privata,Pur che sicura. E tu come a te piace,Comanda, ch'a l'Ausonia il giogo impostoSia da Cartago sì, che piu non l'ostiIn alcun tempo. Or che, padre, ne giovaChe da l'occisioni, e da gl'incendjDe la lor patria, e da tant'altri rischjSian gia del mare, e de la terra usciti?E che val, che da te sia lor promessaDa lor tanto ricerca, e gia trovataQuesta Troja novella? Se di nuovoConvien che caggia? Assai meglio sarebbe,Che fosser tra le ceneri, e nel guastoDove fu l'altra. A Xanto, a SimoentaFà (ti prego signor) che si radducaQueſta gente infelice: e che ritorniA passar d'Ilio i guai. Giunone alloraInfuriata; a che (disse) mi tenti,Perch'io rompa il silenzio, e mostri il duolo,Ch'ho portato nel cor gran tempo aſcoſo?Qual'è mai per tua fè stato uomo, o Dio,
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