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2 (1760) (1760)
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152DELL'ENEIDEE'l diletto compagno: che di versi,E di cetre, e di numeri, e di cordeEra sol vago, e di cantar mai sempreO d'armi, o di cavalli, o di battaglie.I condottier de' teucri udita al fineDe' suoi la strage insieme s'adunaro,Memmo, e Seresto. E visti i lor compagniDispersi, e gia'l nemico in salvo addursi,Gridando, oh (disse Memmo) ove fuggiteOve n'andate? E qual ridotto aveteO di mura, o di ſito altro che queſto?Dunque un sol uomo, e d'ogni parte chiusoIn poter vostro, avrà, miei cittadini,Senza alcun danno suo fatto di noiNe la noſtra città gran macello?Tanti de' nostri giovini sotterraAvrà mandati; e noi, noi non avremo( codardi saremo) o de la nostraInfortunata patria, o de gli antichiNostri Penati, o del gran nostro EneaNe pietà, ne rispetto, ne vergogna?Da questo dire accesi, e rincoratiSi ristrinsero insieme; e Turno intantoDe la pugna allentando in ver la parte,Che dal fiume era cinta, a poco a poco