LIBRO NONO.E l'ardor di combattere, e l'insanaIngordigia di sangue ne'l distolse.Onde seguendo, in Falari, ed in GigeS'abbattè prima. A l'uno il petto aperse,Sgherrettò l'altro. A quei ch'erano in fugaCon l'aste di color, ch'eran caduti,Ferìa le terga. E nuova occisioneGli ponea tuttavia nuov'armi in mano.Siccome ancor Giunon nuovo ardimentoGli dava, e nuove forze. Ali tra questiMandò per terra, e Fegea confisseCon lo suo scudo. Occise in su le muraMentre a nemici eran di fuori intentiAlio, ed Alcandro, e Pritane, e Nomone.A Linceo, ch'osò di starli a fronte,E chiamare i compagni, con un colpo,Che di roveſcio con gran forza dielli,Reciſe il capo, e l'avventò con l'elmoLunge dal busto. Dopo questi anciseAmico, un cacciator, ch'era in campagnaGran destruttor di fere, e gran maestroD'armar di tosco le saette, e'l ferro.E Clizio ancise d'Eolo il buon figlio,E Creteo de le muse il caro amico,K iii
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