150 DELL'ENEIDECiò detto; gli avventò Pandaro un dardoDi tutta forza nodoroso, e grave,E di ruvida ancor corteccia involto.L'aura lo preſe, e la ſaturnia GiunoDeviò'l colpo sì, che da la miraSi torse, e ne la porta si confisse.Non sì cadrà questa mia spada in fallo,Disse allor Turno. Tale è chi la vibra,E tal fa colpo: ed a ferire alzatoL'investì ne la fronte. E gli diviseLe tempie, le maſcelle, e'l mento ignudoAncor di barba, infin là ve's'appiccaIl collo al petto. Al suon de la percossa,Al fracasso de l'armi, a la ruinaChe fer cadendo quelle membra immani,Tremò la terra: e ne fu d'atro sangueE di cervella aspersa. Egli morendoGiacque roveſcio, e dechinò la teſtaParte a l'omero destro, e parte al manco.Al cader di coſtui tal preſe i teucriTema, e spavento, che dispersi in fugaSe'n giro. E s'era il vincitore accortoD'aprir la porta, e di por dentro i suoi,Fora stato quel giorno, e de la guerra,E de' trojani il fine. Ma la furia,
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