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2 (1760) (1760)
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LIBRO NONO.Uscito de l'agguato, e di se stesso,(Chè soffrir non poteo tanto doloreMe, me (gridò) me rutoli occidete.Io son, che'l feci. Io son che questa frodaHo prima ordito. In me l'armi volgete,Chè nulla ha contra a voi questo meſchinoOsato, ne potuto. Io lo vi giuroPer lo ciel, che n'è conſcio, e per le ſtelle:Questo tanto di mal solo ha commesso,Che troppo amato ha l'infelice amico.Mentre così dicea; Volscente il colpoGia con gran forza ſpinto; il bianco pettoDel giovine trafisse. E gia morendoEurialo cadea, di sangue aspersoLe belle membra, e rovesciato il collo,Qual reciso dal vomero languiscePurpureo fiore, o di rugiada pregnoPapavero, ch'a terra il capo inchina.In mezzo de lo stuol Niso si scagliaSolo a Volſcente, ſolo contra a luiPon la sua mira. I cavalier ch'intornoStavano a sua difesa, or quinci, or quindiLo tenevano a dietro. Ed ei pur sempreAdosso a lui, la sua fulminea spadaTomo Secondo.

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