LIBRO OTTAVO.Che le fatiche del gravoso MarteNe la tua ſcuola a tollerare impari:E te da suoi prim'anni, e i gesti tuoiMeravigliando ad imitar s'avezze.Dugento cavalieri il nervo, e'l fioreDe' miei d'Arcadia spedirò con lui,E dugento altri il mio Pallante stessoIn suo nome daratti. Avea ciò dettoEvandro a pena, che d'Anchise il figlio,E'l fido Acate ster co'volti a terraChinati; e da pensier gravi, e molestiForan oppressi; se dal ciel serenoLa madre Citerca segno non dava,Siccome diè. Chè tal per l'aria un lumeVibrossi d'improviso, e con tal suono,Che parve di repente il mondo tuttoCome ſcoppiando, e ruinando ardeſſe.Ed in un tempo di tirrene tube,Squillar ne l'aura alto concento udissi.Alzaron gli occhj: e la seconda volta,E la terza iterar sentiro il tuono:E vider là ve'il cielo era piu scarco,E piu tranquillo, una dorata nube,E d'armi un nembo; che tra lor percosseF iiij
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