DELL'ENEIDE86E degn'ira v'incenda; incontra a LazioNon movete voi gia; ch'a nessun italoDomar d'Italia una tal gente è lecito,S'eſterno duce a tant'uopo non prendeſi.Così parato, e per timor confusoDel vaticinio, ſtaſſi il campo etruſco.E gia Tarconte stesso a questa impresaM' invita, e gia mandato a presentarmiHa la ſedia, e lo ſcettro, e l'altre inſegneDel tosco regno, perch'io Re ne sia,Ed a l'oste ne vada. Ma la tarda,E fredda mia vecchiezza, e le mie forzeDebili, ſmunte, e diſeguali al peſoFan ch'io rifiuti. Esorterei PallanteMio figlio a questo impero, se non fosse,Che nato di Sabella, italo anch'egliE per materna razza. Or questo incarcoDa gli anni, da la gente, dal destino,Dal tuo stesso valore a te si deve,E tu'l prendi signor, ch'abile, e forteSei piu d'ogni trojan, d'ogni latinoA sostenerlo. Ed io Pallante mioLa mia ſperanza, e'l mio ſommo confortoManderò teco: che'l mestier de l'arme,
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