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2 (1760) (1760)
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LIBRO OTTAVO.Così dicendo, il grand' oſpite accolſeNe l'angusta magione; e collocolloLà dove era di frondi, e d'irta pelleDi libic' orſa attapezzato un ſeggio.Venne la notte, e le foſc'ali ſteſeAvea di gia ſovra la terra; quandoVenere come madre, e non in vanoDel ſuo figlio geloſa, il gran tumultoeggendo, e le minaccie de' laurenti;Con Volcan ſuo marito ſi riſtrinſeCon gran dolcezza: e nel suo letto d'oroAmor spirando; in tal guisa li disse:Caro consorte; infinche i Regi argiviFuro a danni di Troja; che per fatoCader dovea; nullo da te' ſoccorſoVolsi, o da l'arte tua: ne ti richiesiD'armi allor, ne di macchine, ne d'altroPer iſcampo de' miſeri trojani.Le man, l'ingegno tuo, le tue faticheOprar non volli indarno: ancor che moltoCon Priamo, e co'figlj obligo avessi,E molto mi premesse il duro affannoD'Enea mio figlio. Or per imperio eſpreſſoE de'fati, e di Giove, egli nel Lazio,

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