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2 (1760) (1760)
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DELL'ENEIDE70Che d'un ſalto in quel baratro gittoſſiPer lo spiraglio, e là v'era del fumoLa nebbia, e l'ondeggiar piu denso, e 'l focoPiu rogio, a lui che'l vaporava indarnoS'addusse. E lo ghermi, gli fece un nodoDe le ſue braccia; e sì la gola, e'l fiancoGli strinse, che scoppiar gli fece il petto,E schizzar gli occhj; e'l foco, e'l fiato, e l'almaIn un tempo gli eſtinſe. Indi la boccaAprì de l'antro, e la frodata predaE del suo frodatore il sozzo corpoFuor per un piè ne trasse. A cui d'intornoCorſer le genti a meraviglia ingordeDi veder gli occhj biechi, il volto atroce,L'iſpido petto, e l'ammorzato foco.Da indi in qua, questo dì santo ogn'annoDa' nostri è lietamente celebrato,E ne sono i Potizj i primi autori,E i Pinarj ministri. Allor quest'ARA,Che MASSIMA si disse, e che mai sempreMassima ne sarà, fu consecrataIn questo bosco. Or via dunque figliuoliPer celebrar tant'onorata festa,Co i rami in fronte, e con le tazze in mano,