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LIBRO OTTAVO.De' tori, di vin puro, di focaccieGran piatti, gran canestri, e gran tazzoniN'andaro a torno. E co' ſuoi teucri tuttiEnea fu de le viscere pasciutoDel saginato a Dio devoto bue.Tolte le mense, e'l desiderio estintoDe le vivande; a ragionar rivolti,Evandro incominciò: trojano amico,Questo convito, e questo sacrifizioCosì ſolenne, e queſto a tanto numeSacrato altare: instituiti, e postiNon sono a caso. Chè del vero culto,E de gli antichi Dei notizia avemo.Per memoria, per merito, e per votoD'un gran periglio (sua mercè) scampato;Son questi onori a questo Dio dovuti.Mira colà; quella scoscesa rupe,E quei rotti macigni, e di quel colleQuell'alpeſtra ruina, e quel deſerto.Ivi era gia remota, e dentro al monteCavata una spelonca, ov'unqua il soleNon penetrava. Abitatore un ladroN'era, Caco chiamato, un mostro orrendo,Mezzo fera, e mezz'uomo, e d'uman sangueTomo Secondo.
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