60 DELL'ENEIDEE i rari allor del poverello EvandroUmìli alberghi, ch'ora al cielo adeguaLa romana potenza. ImmantinenteVolſer le prore a terra, ed appreſſarſiLà ve' per aventura il Re quel giornoSolennemente in un ſacrato boſcoAvanti a la città stava onorandoIl grande Alcide. Avea Pallante secoSuo figlio. E del suo povero senato,E de' suoi primi giovini un drappello,Che d'incensi, di vittime, e di fumoDi caldo sangue empian l'aure, e gli altari.Tosto, che di lontan vider le gaggie,E per entro de' boschi occulte, e cheteGir navi eſterne; inſoſpettiti in primaSi levar da le menſe. Ma PallanteArditamente: non movete (disse)Seguite il sacrificio. E tosto a l'armiDato di piglio, incontro a lor si spinse.Giunto, gridò da l'argine: o compagniQual fin v'adduce, o qual v'intrica errorePer così torta, e disusata via?Ov'andate? Chi siete? Onde venite?Che ne recate voi, la pace, o l'armi?
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