LIBRO OTTAVO.Non molto Evandro, un Re, che de l'ArcadiaE qua venuto: e sopra a questi montiHa de gli arcadi suoi locato il seggio.Il loco da Palante suo bisavoE stato Palanteo da lui nomato:Ed essi perchè son nel Lazio esterniSon nemici a' latini: ed an con loroPerpetua guerra. A te fa di mestieroCon lor confederarti, e per compagniA questa impresa avergli. Io fra le ripèMie stesse incontro a l'acqua, a la magioneD'Evandro agevolmente condurrotti.Destati de la Dea pregiato figlio,E come pria cader vedrai le stelle,Porgi solennemente a la gran GiunoPreghiere, e voti: e supplicando, vinciDe l'inimica Dea l'ira, e l'orgoglio.Ed a me, poi che vincitor sarai,Paga il dovuto onore. Io son'il TebroCerco da te, che qual tu vedi, ondosoRado queste mie rive, e fendo i campiDe la fertile Ausonia, al ciel'amicoSovr'ogni fiume. Quel, che qui m'è dato,E'l mio seggio maggiore. E fia che poscia
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