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2 (1760) (1760)
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LIBRO SETTIMO.Egli di rupe in guisa immoto stassi,Di rupe, che nel mar fondata, e ſaldaNe per venti si crolla, ne per onde,Che le fremano intorno, e gli suoi scoglSon di spuma coverti, e d'alga invano.Ma poiche superar non puote il ciecoLor malvagio consiglio; e che le coseGivan di Turno, e di Giunone a voto:Molto pria con gli Dei, con le van'aureSi protestò: poſcia, dal fato (diſſe)Son vinto: e la tempesta mi trasporta.Ma voi per questo sacrilegio vostroIl fio ne pagherete. E tu fra gli altriTurno, tu pria n'avrai ſupplizio, e morte.E preci, e voti a tempo ne farai,Ch'a tempo non ſaranno. Io quanto a meGia de' miei giorni, e de la mia quieteSon quaſi in porto. E da voi ſol m'è toltoMorir felicemente. E qui si tacque,E'l governo depose, e ritirossi.Era in Lazio un costume, che venutoÈ poi di mano in man di Lazio in Alba,E d'Alba in Roma, ch'or del mondo è capo;Che nel muover de l'armi, a i geti, a gl'indi,Ciiij