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2 (1760) (1760)
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18
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18 DELL'ENEIDEE ciò ch'è d'uopo, come a Troja foste,In copia arete. Or s'ei tanto desiaL'amistà nostra, e'l nostro ospizio; vegnaEgli in persona. E non abborra omaiIl nostro amico aspetto. Arra, e certezzaNe fia di pace il convenir con lui,E di lui stesso aver la fede in pegno.Da l'altra parte, a mio nome gli dite,Quel ch'io dirovvi. Io senza più mi trovoUna mia figlia: a questa il mio paternoOracolo, e del ciel molti prodigVietan ch'io dia marito altro ch'esterno.D'esterna parte (tal d'Italia è 'l fato)Un genero dal ciel mi ſi promette;Per la cui stirpe il mio nome, e'l mio sangueErgerassi a le stelle. Or se del veroPunto è'l mio cor presago, egli è quel dessoCred'io che'l fato accenna, e'l credo, e'l bramo.Ciò detto, de' trecento, che mai sempreA' suoi presepi avea nitidi, e prontiDestrier di fazione, e di rispetto,Per gli cento orator, cento n'elegge,Ch'avean le lor coverte, e i lor girelli,Le pettiere, e le briglie in varie guise