CANTO DECIMOTERZO.XLI.Pur tragge alfin la spada, e con gran forzaPercuote l'alta pianta. O maraviglia!Manda fuor sangue la recisa scorza,E fa la terra intorno a se vermiglia.Tutto si raccapriccia, e pur rinforzaIl colpo, e 'l fin vederne ei si consiglia.Allor, quasi di tomba, uscir ne senteUn indistinto gemito dolente;XLII.Che poi distinto in voci: Ahi troppo, disse,M' hai tu, Tancredi, offeso: or tanto basti.Tu dal corpo, che meco e per me visse,Felice albergo già, mi discacciasti:Perchè il misero tronco, a cui m affisseIl mio duro destino, anco mi guasti?Dopo la morte gli avversarj tuoi,Crudel, ne' lor sepolcri offender vuoi?XLIII.Clorinda fui: nè sol qui spirto umanoAlbergo in questa pianta rozza e dura:Ma ciascun altro ancor, Franco o Pagano,Che lassi i membri a piè dell'alte mura,Astretto è qui, da novo incanto e strano,Non so, s'io dica in corpo, o in sepoltura.Son di senso animati 1 rami e 1 tronchi,E micidial sei tu, se legno tronchi.Tomo II.
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