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CANTO DUODECIMO.LXXXIII.Asciutte le mirate: or corra, doveNega d'andare il pianto, il sangue mio.Quì tronca le parole; e come il moveSuo disperato di morir desio,Squarcia le faſce e le ferite; e pioveDalle sue piaghe esacerbate un rio.E s uccidea; ma quella doglia acerba,Col trarlo di se stesso, in vita il serba.LXXXIV.Posto è sul letto, e l'anima fugaceFu richiamata agli odiosi uficj.Ma la garrula fama omai non taceL'aspre sue angoscie e i suoi casi infelici.Vi tragge il pio Goffredo, e la veraceTurba v' accorre de' più degni amici.Ma nè grave ammonir, nè parlar dolceL ostinato dell' alma affanno molce.LXXXV.Qual' in membro gentil piaga mortaleTocca s'inaspra, e in lei cresce il dolore;Tal da i dolci conforti, in sì gran male,Più inacerbisce medicato il core.Ma il venerabil Piero, a cui ne caleCome d'agnella inferma a buon pastore,Con parole gravissime ripigliaIl vaneggiar suo lungo, e lui consiglia.
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