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T. 2 (1771)
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58
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58 LA GERUSALEMMELXXX.Così parla quel misero; e gli è dettoCh'ivi quel corpo avean per cui si duole.Rischiarar parve il tenebroso aspetto,Qual le nubi un balen che passi e vole:E da i riposi sollevò del lettoL'inferma delle membra e tarda mole:E traendo a gran pena il fianco lasso,Colà rivolse, vacillando, il passo.LXXXI.Ma come giunse, e vide in quel bel seno,Opera di sua man, l'empia ferita:E quasi un Ciel notturno anco sereno,Senza splendor la faccia scolorita;Tremò così che ne cadea, se menoEra vicina la fedele aita.Poi disse: o viso, che puoi far la morteDolce; ma raddolcir non puoi mia sorte;LXXXII.O bella destra, che 'l soave pegnoD' amicizia e di pace a me porgesti;Quali or, lasso, vi trovo? e qual ne vegno?E voi leggiadre membra, or non son questiDel mio ferino e scellerato sdegnoVestigj miserabili e funesti?O, di par con la man, luci spietate!Essa le piaghe fè, voi le mirate.