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T. 2 (1771)
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40 LA GERUSALEMMEXXVI.Piangendo, a me ti porse, e mi commiseCh io lontana a nutrir ti conducessi.Chi può dire il suo affanno, e in quante guiseLagnossi, e raddoppiò gli ultimi amplessi?Bagnò i bacj di pianto, e fur diviseLe sue querele da i singulti spessi.Levò alfin gli occhj, e disse: o Dio, che scerniL'opre più occulte, e nel mio cor t'interni:XXVII.Se immaculato è questo cor, se intatteSon queste membra e 'l marital mio letto;Per me non prego, chè mille altre ho fatteMalvagità; son vile al tuo cospetto:Salva il parto innocente, al quale il latteNega la madre del materno petto.Viva, e sol d'onestate a me somigli:L'esempio di fortuna altronde pigli.XXVIII.Tu, celeste guerrier, che la donzellaTogliesti del serpente agli empj morsi;S' accesi ne' tuo altari umil facella,S' auro o incenso odorato unqua ti porsi;Tu per lei prega sì, che fida ancellaPossa in ogni fortuna a te raccorsi.Quì tacque, e 'l cor le si rinchiuse e strinse,E di pallida morte si dipinse.