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T. 1 (1771)
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300 LA GERUSALEMMELXXXVI.E in atto sì gentil languir tremantiGli occhj, e cader sul tergo il collo mira:Così vago è il pallore, e da' sembiantiDi morte una pietà sì dolce spira;Ch'ammollì il cor, che fu dur marmo innantiE'l pianto scaturì di mezzo all'ira.Tu piangi, Soliman! tu che distruttoMirasti il regno tuo col ciglio afciutto?LXXXVII.Ma come ei vede il ferro ostil che molleFuma del sangue ancor del giovinetto;La pictà cede, e l'ira avvampa e bolle,E le lagrime sue stagna nel petto.Corre sovra Argillano, e 'l ferro estolle,Parte lo scudo opposto, indi l'elmetto,Indi il capo e la gola; e dello sdegnoDi Soliman ben quel gran colpo è degno.LXXXVIII.Nè di ciò ben contento, al corpo morto,Smontato dal destriero, anco fa guerra;Quasi mastin che'l sasso, ond'a lui portoFu duro colpo, infellonito afferra.O d'immenso dolor vano conforto,Incrudelir nell' insensibil terra!Ma frattanto de' Franchi il CapitanoNon spendea l'ire, e le percosse invano.