AMORE E MORTE.
181
La gente morta al sempiterno obblio,
Con più sospiri ardenti
Dall’imo petto invidiò colui
Che tra gli spenti ad abitar sen giva.
Fin la negletta plebe,
L’uom della villa, ignaroD’ogni virtù che da saper deriva,
Fin la donzella timidetta e schiva,
Che già di morte al nomeSentì rizzar le chiome,
Osa alla tomba, alle funeree bendeFermar lo sguardo di costanza pieno,Osa ferro e velenoMeditar lungamente,
E nell’indotta menteLa gentilezza del morir comprende.Tanto alla morte inclinaD'amor la disciplina. Anco sovente,
A tal venuto il gran travaglio internoChe sostener noi può forza mortale,
O cede il corpo frale
Ai terribili moti, e in questa forma
Pel fraterno poter Morte prevale;
0 così sprona Amor là nel profondo,
Che da se stessi il villanello ignaro,
La tenera donzella
Con la man violenta
Pongon le membra giovanili in terra.
Ride ai lor casi il mondo,
A cui pace e vecchiezza il ciel consenta.
Ai fervidi, ai felici,
Agli animosi ingegni
L’uno o l’altro di voi conceda il fato,
Dolci signori, amici
All’umana famiglia,
Al cui poter nessun poter somigliaNell’immenso universo, e non l’avanza,Se non quella del fato, altra possanza.
E tu, cui già dal cominciar degli anniSempre onorata invoco,