180
CANTI.
Che percosso d’amor, nè mai più forteSprezzò l’infausta vita,
Nè per altro signore
Come per questo a perigliar fu pronto:
Ch’ove tu porgi aita,
Amor, nasce il coraggio,
O si ridesta; e sapiente in opre,
Non in pensiero invan, siccome suole,
Divien l’umana prole.
Quando novellamenteNasce nel cor profondoUn amoroso affetto,
Languido e stanco insiem con esso in pettoUn desiderio di morir si sente:
Come, non so: ma tale
D’amor vero e possente è il primo effetto.
Forse gli occhi spaura
Allor questo deserto: a sé la terra
Forse il mortale inabitabil fatta
Vede ornai senza quella
Nova, sola, infinita
Felicità che il suo pensier figura:
Ma per cagion di lei grave procellaPresentendo in suo cor, brama quiete,Brama raccorsi in portoDinanzi al fìer disio,
Che già, rugghiando, intorno intorno oscura.
Poi, quando tutto avvolgeLa formidabil possa,
E fulmina nel cor l’invitta cura,
Quante volte implorataCon desiderio intenso,
Morte, sei tu dall’affannoso amante!
Quante la sera, e quanteAbbandonando all’alba il corpo stanco,
Sé beato chiamò s’indi giammaiNon rilevasse il fianco,
Nè tornasse a veder l’amara luce!
E spesso al suon della funebre squilla,
Al canto che conduce