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CANTI. .
Chi d’altrui danni si conforta, e pensaCon far misero altrui far sé men tristo,
Si che nocendo usar procaccia il tempo.
E chi virtude o sapienza ed artiPerseguitando; e chi la propria genteConculcando e l’estrane, o di remotiLidi turbando la quiete anticaCol mercalar, con l'armi, e con le frodi,La destinata sua vita consuma.
Te più mite desio, cura più dolceRegge nel fior di gioventù, nel belloAprii degli anni, altrui giocondo e primoDono del ciel, ma grave, amaro, infestoA chi patria non ha. Te punge e moveStudio de’ carmi e di ritrai' parlando11 bel che raro e scarso e fuggitivoAppai’ nel mondo, e quel che, più benignaDi natura e del ciel, fecondamenteA noi la vaga fantasia produce,
E il nostro proprio error. Ben mille volteFortunato colui che la caducaVirtù del caro immaginar non perdePer volger d’anni; a cui serbare eternaLa gioventù del cor diedero i fati;
Clic nella ferma e nella stanca etade,
Cosi come solea nell’età verde,
In suo chiuso pensier natura abbella,Morte, deserto avviva. A te concedaTanta ventura il ciel; ti faccia un tempoLa favilla che il petto oggi ti scalda,
Di poesia canuto amante. Io tuttiDella prima stagione i dolci inganniMancar già sento, e dileguar dagli occhiLe dilettose immagini, che tantoAmai, che sempre inflno all’ora estremaMi fieno, a ricordar, bramate e piante.
Or quando al tutto irrigidito e freddoQuesto petto sarà, nè degli aprichiCampi il sereno e solitario riso,
Nè degli augelli mattutini il canto