AL CONTE CARLO PEPOLL
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Non di greggi dovizia, o pingui campi,
Non aula puole e non purpureo mantoSoLtrar l’umana prole. Or s’altri, a sdegno1 vóli anni prendendo, e la supernaLuce odiando, l'omicida mano,
1 tardi fati a prevenir condotto,
In se stesso non torce ; al duro morsoDella brama insanabile che invanoFelicità richiede, esso da tuttiLati cercando, mille inefficaciMedicine procaccia, onde quelLunaCui natura apprestò, mal si compensa.
Lui delle vesti e delle chiome i) cultoE degli atti e dei passi, e i vani studiDi cocchi e di cavalli, e le frequentiSale, e le piazze romorose, e gli orti,
Lui giochi e cene e invidiate danzeTengon la notte e il giorno; a lui dal labbroMai non si parte il riso, ahi, ma nel petto,Nell’imo petto, grave, salda, immotaCome colonna adamantina, siedeNoia immortale, incontro a cui non puoleVigor di giovanezza, e non la crollaDolce parola di rosalo labbro,
E non lo sguardo tenero, tremante,
Di due nere pupille, il caro sguardo,
La più degna del ciel cosa mortale.
Altri, quasi a fuggir vólto la tristaUmana sorte, in cangiar terre e climiL’età spendendo, e mari e poggi errando,Tutto l’orbe trascorre, ogni confineDegli spazi che all’uom negl’infinitiCampi del tutto la natura aperse,Peregrinando aggiunge. Ahi ahi, s’assideSu balte prue la negra cura, e sottoOgni clima, ogni ciel, si chiama indarnoFelicità, vive tristezza e regna.
Havvi chi le crudeli opre di marieSi elegge a passar l’ore, e nel fraternoSangue la man tinge per ozio; ed havvi