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AL CONTE CARLO PEPOLI.
Di primavera, nè per colli e piaggeSotto limpido ciel tacita lunaGommoverammi il cor; quando mi fiaOgni beltate o di natura o d’arte,
Fatta inanime e muta; ogni alto senso,Ogni tenero affetto, ignoto e strano;
Del mio solo conforto allor mendico,
Altri studi men dolci, in ch’io ripongaL'ingrato avanzo della ferrea vita,Eleggerò. L’acerbo vero, i ciechiDestini investigar delle mortaliE dell’eterne cose ; a che prodotta,
A che d’affanni e di miserie carcaL’umana stirpe; a quale ultimo intentoLei spinga il fato e la natura; a cuiTanto nostro dolor diletti o giovi;
Con quali ordini e leggi, a che si volvaQuesto arcano universo; il qual di lodeColmano i saggi, io d’ammirar son pago.
In questo specolar gli ozi traendoVerrò: che conosciuto, ancor che tristo,Ha suoi diletti il vero. E se del veroRagionando talor, fieno alle gentiO mal grati i miei detti o non intesi,Non mi dorrò, chè già del tutto il vagoDesio di gloria antico in me fia spento:Vana Diva non pur, ma di fortunaPI del fato e d’amor, Diva più cieca.
XX.
IL RISORGIMENTO.
Credei ch’ai tutto fosseroIn me, sul fior degli anni,Mancati i dolci affanniDella mia prima età: