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CANTI.
Giunger mai non potria, ben si convieneOzioso nomar. La schiera industreCui franger glebe o curar piante e greggiVede l’alba tranquilla e vede il vespro,
Se oziosa dirai, da che sua vitafi per campar la vita, e per sé solaLa vita all’uom non ha pregio nessuno,
Dritto e vero dirai. Le notti e i giorniTragge in ozio il nocchiero; ozio il perenneSudar nelle officine, ozio le veggliieSon de’ guerrieri e il perigliar neH’armi ;fi il mercatante avaro in ozio vive:
Che non a sé, non ad altrui, la bellaFelicità, cui solo agogna e cercaLa natura mortai, veruno acquistaPer cura o per sudor, vegghia o periglio.
Pur all’aspro desire onde i mortali
Già sempre infìn dal di che il mondo nacque
D’esser beali sospirerò indarno,
Di medicina in loco apparecchiateNella vita infelice avea naturaNecessità diverse, a cui non senzaOpra e pensier si provvedesse, e pieno,
Poi che lieto non può, corresse il giornoAll’umana famìglia; onde agitatoE confuso il desio, men loco avesseAl travagliarne il cor. Cosi de’ brutiLa progenie infinita, a cui pur solo,
Nè men vano che a noi, vive nel pettoDesio d’esser beati; a quello intentaChe a lor vita è meslier, di noi men tristoCondur si scopre e men gravoso il tempo,
Nè la lentezza accagionar dell’ore.
Ma noi, che il viver nostro all’altrui manoProvveder commettiamo, una più graveNecessità, cui provveder non puoteAltri che noi, già senza tedio e penaNon adempiali! : necessitate, io dico,
Di consumar la vita: improba, invittaNecessità, cui non tesoro accolto,