ALLA SUA DONNA.
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Per le valli, ove suonaDel faticoso agricoltore il canto,
Ed io keggo-e mi lagWo' '
Del giovanile error che m’abbandona;
E per li poggi, ov’ io rimembro e piagno
I perduti desiri, e la perduta
Speme de’giorni miei; di te pensando,
A palpitar mi sveglio. E potess’io,
Nel secol tetro e in questo aer nefando,L’alta specie serbar; che dell’imago,
Poi che del ver m’è tolto, assai m’appago.
Se dell’eterne ideeL’una sei tu, cui di sensibil formaSdegni l'eterno senno esser vestita,
E fra caduche spoglie
Provar gli affanni di funerea vita;
O s’altra terra ne’ superni giriFra’ mondi innumerabili t’accoglie,
E più vaga del Sol prossima stellaT’irraggia, e più benigno etere spiri;
Di qua dove son gli anni infausti e brevi,Questo d’ignoto amante inno ricevi.
XIX.
AL CONTE CARLO PEPOLL.
Questo affannoso e travagliato sonnoChe noi vita nomiam, come sopporti,
Pepoli mio? di che speranze il coreVai sostentando? in che pensieri, in quantoO gioconde o moleste opre dispensiL’ozio che li lasciar gli avi remoti,
Grave retaggio e faticoso? È tutta,
In ogni umano stato, ozio la vita,
Se quelhoprar, quel procurar che a degnoOb’bietto non intende, o che all’intento