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1 (1760) (1760)
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312
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312 DELL'ENEIDEE chino il viso. Onde rivolto al padre,E chi (disse) è costui che l'accompagna?Saria de' figlj, o de' nipoti alcunoDel gran nostro legnaggio? E che bisbiglio,E che mischia ha d'intorno! O quale, e quantoDi gia mi sembra! Ma gli veggio al capoD'atra notte girar di ſopra un nembo.Anchise lagrimando gli rispose:Amaro desiderio il cor ti toccaA voler, figlio, un gran danno, un gran luttoUdir de' tuoi. Questi a la luce a penaVerrà, che ne fia tolto. O Dii superni,Troppo parravvi la romana stirpePossente allor, ch'in su'l fiorir recisoNe fia vago, e gentile arbusto.O che duolo, o che pianto, o che funebrePompa ne vedrà Roma, e 'l marzio campo!Qual tiberino padre a la tua rivaNuova ſe n' ergerà funeſta mole!Germe non sorgerà del seme d'IlioPiu di questo gradito, ne che tantoDe' latini avi suoi la speme estolla.Ne la terra di Romolo arà maiFiglio, onde piu si pregi, e piu si vanti.O pictà

Gli moomeTomo