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1 (1760) (1760)
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292 DELL'ENEIDENe de gli stessi Dei romper no'l ponno.Quinci ſi ſpicca una gran torre in altoTutta di ferro. A guardia de l'entrata,La notte, e'l giorno vigilando assisaSta la fiera Tesifone succinta,Col braccio ignudo inſanguinata, e torva.Quinci di lai, di pianti, di percosse,E di stridor di ferri, e di cateneCotale un suono udissi, che spaventoEnea sentinne. E rattenuto il passo;Dimmi vergine (disse) e che delittiSon qui puniti? E che pianti son questi?Ed ella; inclito sire, a nessun lece,Che buono, e giuſto ſia di portar oltreDa quella ſoglia ſcellerata il piede.Ma me di ciò che dentro vi s'accoglieEcate instrusse allor, ch'a i sacri boschiMi prepose d'Averno: e d'ogni pena,E d'ogni colpa, e d'ogni loco a pienoQuanto ſeco vi fui, notizia diemmi.Quest'è di Radamanto il tristo regno,Là dov'egli ode, esamina, condanna,E discuopre i peccati, che di sopraSon da le genti, o vanamente ascosi