272 DELL'ENEIDEE l'armi, e 'l remo, e la sonora tubaAl monte appese, che d'Aerio il nomeFino allor ebbe. Ed or da lui nomato,Miseno è detto, e si dirà mai sempre.Ciò finito; a finir quel che gl'imposeLa profetessa incontinente mosse.Era un alta spelonca: la cui boccaFin nel baratro aperta, ampia voragoFacea di rozza, e di scheggiosa roccia;Da negro lago era difesa intorno,E da selve ricinta, annose, e folte.Uſcìa de la ſua bocca a l'aura un fiatoAnzi una peste, a cui volar di sopraCon la vita a gli uccegli era interdetto.Onde da greci poi si disse Averno.Qui pria quattro giuvenchi Enea condottiDi negro tergo; la Sibilla in fronteRiversò lor di vin le tazze interc,E da ciascun di mezzo le due cornaDi setole maggior il ciuffo svelto;Diè per saggio primiero al santo foco:Ecate ad alta voce in ciò chiamando,De l'erebo, e del ciel nume possente.Parte di lor con le coltella in mano
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