270 DELL'ENEIDEChe diverso dal verde uscìa raggiando,Di tremolo splendor l'aura percoſſe.Come ne' boſchi al brumal tempo ſuoleDi vischio un cesto in altrui scorza natoSpiegar verde le frondi, e gialli i pomi,E con le sue radici a i non suoi ramiAbbarbicarsi intorno; così 'l broncoEra de l'oro avviticchiato a l'elceOnd' era surto. E così lievi al ventoCrepitando movea l'aurate foglie.Tosto che'l vide Enea di piglio dielli.E diſioſo, ancor che duro, e validoGli ſembraſſe; a la fin lo ſvelſe, e ſecoA l'indovina vergine lo trasse.Non s'intermise di Miseno in tantoCondur l'essequie al suo cenere estremo.E primamente la gran pira eſtruttaDi pingui tede, e di squarciati roveriV' alzar cataste: di funeste frondiD'atri cipressi ornar la fronte, e i lati,E piantar ne la cima armi, e trofei.Parte di loro al foco, e parte a l'acque,E parte intorno al freddo corpo intenti,Chi lo spogliò, chi lo lavò, chi l'unse.
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