220 DELL'ENEIDELe tempie avvinti, e di lentischio adorni;Quando ecco da lo scoglio con grand'arte,E con molta fatica a pena sveltoSergesto, col suo legno infranto, e monco,E tarpato de' remi, in ver la terraSe ne venìa disonorato, e mesto.Com' angue suol, ch'o sia da ruota oppressoTra la ripa, e'l sentiero: o sia di sassoDal viator percosso, o di randello;Procacciando fuggir con lunghe spireS'arroſta indarno, e inalberato, e fieroDal mezzo in suso arde ne gli occhj, e fischia:E d'altra parte dilombato, e tardoDebilmente guizzando, in se medesmoSi ripiega; s'attorce, e si raggroppa,Così co' remi la fiaccata naveSe ne gìa lenta, e con le vele a volo,Ch'a piene vele al fine in porto aggiunse.Ed a Sergesto anco i suoi doni assegnaIl padre Enea, di ricovrar contentoIl suo buon legno, e i suoi fidi compagni.E furo i doni una cretese ancellaFoloe di nome, e di telaro, e d'acoMaestra esperta, e da Minerva instrutta;
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