148 DELL'ENEIDEEntro una selva stemmo, non sapendoLe cagion d'essi, e di cercarle ogn'usoNe si togliea, poiche'l paese contoNon c'era, ne stellato ne serenoSi vedea'l ciel, ma fosco e nubiloso,E tra le nubi era la luna ascosa.Gia del giorno seguente era il mattino:E chiaro albore avea l'umido veloTolto dal mondo: quando ecco dal boscoNe si fa 'ncontro un non mai visto altroveDi strana, e miserabile sembianza,Scarno, smunto, e distrutto, una figuraPiu di mummia, che d'uomo. Avea la barbaLunga, le chiome incolte, in dosso un mantoRicucito da spini, orrido tutto,E squallido, e difforme, con le maniVerso il lito distese, a lento passoVenìa mercè chiedendo. Era costui,Come prima ne parve, e poscia udimmo,Greco, e di quei, che militaro a Troja:Onde noi per trojani, e i nostri arnesi,E le noſtr'armi conoſcendo, in primaAttonito fermoſſi, e poſcia quaſiRincorato a noi venne: e con preghiere,
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