12DELL'ENEIDECome adivien sovente in un gran popolo,Allor che per discordia si tumultua,E imperverſando va la plebe ignobile;Quando l'aſte, le faci, e i ſaſſi volano,E l'impeto, e'l furor l'arme ministrano;Se grave personaggio e di gran meritoEſce lor contro; riſpettoſi, e timidiFatto silenzio, attentamente ascoltano,Ed al detto di lui tutti s'acquetano;Così d'ogni ruina, e d'ogni strepitòFu il mar diſgombro allor, che umile, e placidoA ciel aperto il gran rettor del pelagoCo' ſuoi lievi deſtrier volando ſcorſelo.Stanchi i trojani, a i liti ch'eran proſſimiDrizzaro il corso, e in Libia si trovarono.È di là lungo a la riviera un ſeno,Anzi un porto, che porto un'iſolettaLo fa, ch'in sulla bocca al mare opponsi.Questa si sporge co' suoi fianchi in guisa,Ch'ogni vento, ogni flutto, d'ogni lato,Che vi percupta, ritrovando intoppoO si frange, o si sparte, o si riversa.Quinci, e quindi alti scogli, e rupi altissime,Sotto cui stagna spazioso un golfo
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