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2 (1760) (1760)
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LIBRO DUODECIMO.Del mio vecchio parente or ti sovvenga.E se morto mi vuoi; morto ch'io siaRendi'l mio corpo a' miei. Tu vincitore,Ed io son vinto. E gia gli ausonj tuttiMi ti veggiono a' piè, che supplicandoMercè ti chieggio. E gia Lavinia è tua.A che piu contra un morto odio, e tenzone?Enea ferocemente altero, e torvoStette ne l'arme, e volti gli occhj a torno,Frenò la destra, e con l'indugio ogn'oraPiu mite, al suo pregar si raddolciva:Quando di cima a l'omero il fermaglioDel cinto infortunato di PallanteNe gli occhj gli rifulse. E ben conobbeA le note sue bolle esser quel desso,Di che Turno quel l'avea spogliato,Che gli diè morte; e che per vanto posciaCome nimica, e gloriosa spogliaLo portò sempre al petto attraversato.Tosto che'l vide; amara rimembranzaGli fu di quel ch'ei n'ebbe affanno, e doglia.E d'ira, e di furore il petto acceso,E terribile il volto: ah (disse) adunque

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