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2 (1760) (1760)
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122 DELL'ENEIDEAl campo de' nemici, anzi a la morte.Ma non morranno, che macello, e strageFaran di molti in prima. Ovunque vannoVeggion corpi di genti, che sepoltiSon dal sonno, e dal vino. I carri votiCon ruote, e briglie intorno, uomini, ed otriE tazze, e scudi in un miscuglio avvolti.Disse d'Irtaco il figlio. Or qui bisognaEurialo aver core, oprar le mani,E conoscere il tempo. Il camin nostroE per di qua. Tu qui ti ferma, e l'occhioGira per tutto, che non ſia da tergoChi n' impedisca. Ed io tosto col ferroSgombrerò'l passo, e t'aprirò 'l sentiero.Ciò cheto disse. Indi Rannete assalſeIl ſuperbo Rannete, che per ſorteEntro una sua trabacca avanti a luiIn su' tapeti a grand'agio dormìa,E russava altamente. Era costuiAl Re Turno gratissimo, ed anch'egliRege, e ndovino; ma non seppe il folleIndovinar quel ch'a lui stesso avvenne.Tre suoi famiglj, che dormendo appressoGiacean fra l'armi rovesciati a caso