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2 (1760) (1760)
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102
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102 DELL'ENEIDEGli fu la figlia in cotal guisa a dire:Ecco quel che tu mai chiedere a linguaO'mpetrar da gli Dei Turno potessi,Per se l'occasion ti porge, e'l tempo.Enea mentre da gli altri implora aita;Le sue mura, i suoi legni, e le sue gentiLaſcia ora a te (ſe tu'l conoſci) in preda.E co i migliori al palatino EvandroSe n'è passato: e quindi è ne l'estremoPenetrato d'Etruria; ora è nel campoDe' toschi, e favvi indugio, ed arma agresti;E tu qui badi, or che di carri, e d'armi,E di prestezza è d'uopo. E che non prendiI suoi steccati, che son or di tantoPer l'assenza di lui turbati, e scemi:Poscia che così disse, alto su l'aliLa Dea levossi: e tra l'opache nubiPer entro al ſuo grand'arco aſceſe, e ſparveTurno che la conobbe, ambo a le stelleAlzò le palme: e nel fuggir con gli occhjSeguilla, e con la voce. Iri, dicendoLume, e fregio del cielo, e chi ti spiegaOr da le nubi? E chi qua giu ti manda?Ond'è l'aer chiaro, e tranquillo