FEDERICO178faccia vna cappelletta in lontananza; & essendo la veduta perfianco, dalla porta aperta apparisce solo la metà dell'altarecon mezzo il quadro del Crocifisso, la Vergine à piedi, edavn lato vn candelliere acceso. Di quì pigliò occasione di farpassare il lume da vna ferrata aperta nel muro oscuro, riuerberando abbagliato sopra vna colonna di fuori con bella osser-uatione. San Francesco nel mezzo prende il lume viuo di so-pra, e la testa viene auanti nell'oscurità di quel muro, sicomotutta la figura riceue buonissimo rilieuo nell'aria spenta dellaChiesa. Ma benche di sopra piombi il lume sopra il Santonon però Christo è illuminato dal suo fulgore glorioso, ma daquello naturale del giorno; la qual licenza con ragioneuole ar-tificio fù presa dal Barocci per dar rilieuo alle figure di sopra,vsando à tempo l'ombre nel campo tutto luminoso.Il Barocci colorì questo quadro in conuento, e vi consumòsopra sette anni, così per lo studio vsatoui, come per l'impedi-mento del male, che non lo lasciaua operare. Et egli stessol'approuò con la bella stampa in foglio all'acqua forte di suamano publicata l'anno 1581. Conseguito però l'applauso me-riteuole, li frati hauendogli dato cento scudi d'oro, de'quali sicontentaua per la pouertà loro, gli procurarono cento altrifiorini di donatiuo. Fece dopo il quadro della Misericordiaper la Pieue d'Arezzo, espressoui Christo sedente sopra vnanubbe, il quale alle preghiere della Madre, benedice quelli cheesercitano le sette opere della Misericordia; e sono molte fi-gure, doue trà poueri, che riceuono l'elemosina riesce natura-lissimo vn Orbo, che mediante il voltar di vn ferro suona vnaviola. Volle il Barocci diuertirsi, e portar egli stesso questo quadro in Arezzo per cōdursi in Toscana e per riconoscere l'ope-re di quei maestri. Trascorse à Fiorenza, e desideroso procuròdi vedere il Palazzo, e la Galeria del Gran Duca, dominan-do in quel tempo il Gran Duca Francesco Principe humanissi-mo, & amatore delle buone arti, il quale auuertito del valoredi questo Pittore, e del quadro portato in Arezzo, pensò vnacosa degna della gentilezza del suo animo; cioè d'ingannarlosconosciuto, per fauellare, e trattenersi seco liberamente, e pervdi-
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