CANTO VIGESIMO.CXXV.Dimostratevi in me (ch'io vi perdonoLa passata viltà) forti ed acute:Misera Armida, in qual fortuna or sonoSe sol posso da voi sperar salute!Poich' ogni altro rimedio è in me non buono,Se non sol di ferute alle ferute;Sani piaga di stral piaga d'Amore:E sia la morte medicina al core.CXXVI.Felice me, se nel morir non recoQuesta mia peste ad infettar l'Inferno.Restine Amor; venga sol sdegno or meco,E sia dell'ombra mia compagno eterno:O ritorni con lui dal regno ciecoA colui che di me fè l'empio scherno:E se gli mostri tal, che, in fere notti,Abbia riposi orribili e interrotti.CXXVII.Quì tacque; e stabilito il suo pensiero,Strale sceglieva il più pungente e forte;Quando giunse, e mirolla il CavalieroTanto vicina alla sua estrema sorte,Già compostasi in atto atroce e fero,Già tinta in viso di pallor dì morte.Da tergo ei se le avventa, e'l braccio prendeChe già la fera punta al petto stende.
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