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T. 2 (1771)
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CANTO VIGESIMO.CXIII.Vide ei Rinaldo; e benchè omai vermigoGli azzurri suoi color sian divenuti:E insanguinati l'Aquila gli artiglE'l rostro s' abbia; i segni ha conosciuti.Ecco, disse, i grandissimi periglj.Quì prego il Ciel che 'l mio ardimento ajuti:E veggia Armida il desiato scempio.Macon, s'io vinco, i' voto l'arme al tempio.CXIV.Così pregava; e le preghiere ir vote;Chè'l sordo suo Macon nulla n'udiva.Come il leon si sferza e si percuote,Per isvegliar la ferità nativa;Tale ei suoi sdegni desta, ed alla coteD'Amor gli aguzza, ed alle fiamme avviva.Tutte sue forze aduna, e si ristringeSotto l'arme all'assalto, e 'l destrier spinge.CXV.Spinse il suo contra lui, che in atto scerseD'assalitore, il cavalier Latino.Fè lor gran piazza in mezzo, e si converseAllo spettacol fero ogni vicino.Tante fur le percosse, e sì diverseDell' Italico eroe, del Saracino,Ch'altri per maraviglia obliò quasicasi.L'ire e gli affetti proprj e i proprjXiv

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