CANTO DECIMOTTAVO. 22.LIX.Quanta e qual sia quell'oste, e ciò che pensiIl Duce loro, a voi ridir prometto.Vantomi in lui scoprir gl'intimi sensi,E i secreti pensier trargli del petto.Così parla Vafrino, e non trattiensi;Ma cangia in lungo manto il suo farsetto:E mostra fa del nudo collo: e prendeD'intorno al capo attorcigliate bende.LX.La faretra s'adatta, e l'arco Siro:E barbarico sembra ogni suo gesto.Stupiron quei che favellar l'udiro,Ed in diverse lingue esser sì presto,Ch'Egizio in Menfi, o pur Fenice in TiroL'avria creduto e quel popolo e questo.Egli sen va sovra un destrier ch'appenaSegna nel corso la più molle arena.LXI.Ma i Franchi, pria che 'l terzo dì sia giunto,Appianaron le vie scoscese e rotte:E finir gl'inftromenti anco in quel punto,Chè non fur le fatiche unqua interrotte;Anzi all' opre de' giorni avean congiunto,Togliendola al riposo, anco la notte.Nè cosa è più che ritardar gli possaDal far l'estremo omai d'ogni lor possa.P ij
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