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T. 2 (1771)
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131
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CANTO DECIMOQUINTO. 131XXIII.Quattro volte era apparso il Sol nell'Orto,Dacchè la nave si spiccò dal lito:Nè mai (ch'uopo non fu) s'accolse in porto,E tanto del cammino ha già fornito.Or entra nello stretto, e passa il cortoVarco, e s'ingolfa in pelago infinito.Se il mar qui è tanto, ove il terreno il serra,Che fia colà dov' egli ha in sen la terra?XXIV.Più non si mostra omai tra gli alti fluttiLa fertil Gade, e l'altre due vicine.Fuggite son le terre, e i lidi tutti:Dell'onda il Ciel, del Ciel l'onda è confine.Diceva Ubaldo allor: tu che conduttiN'hai, donna, in questo mar che non ha fine;Dì, s'altri mai qui giunse: e se più innanteNel mondo, ove corriamo, have abitante.XXV.Risponde: Ercole poich' uccisi i mostriEbbe di Libia, e del paese Ispano:E tutti scorsi, e vinti i lidi vostri,Non osò di tentar l'alto Oceáno.Segnò le mete, e in troppo brevi chiostriL'ardir ristrinse dell' ingegno umano.Ma quei segni sprezzò ch'egli prescrisse,Di veder vago e di sapere, Ulisse.I ij